Armstrong recita il confiteor da Oprah e chiede un amore incondizionato
Lunedì Lance Armstrong e Oprah Winfrey hanno depistato i cronisti e si sono chiusi per due ore e mezza in una stanza d’albergo di Austin, in Texas, per registrare la rappresentazione rituale dell’eroe caduto e della grande consolatrice d’America. Quella che andrà in onda domani sera su Own, il network di Oprah, non è un’intervista, è una liturgia di espiazione, un atto di dignitosa contrizione da recitare con le mani giunte e il capo chino per riceverne, in cambio, la comprensione dell’America tradita dai suoi eroi riprovevoli.
17 AGO 20

New York. Lunedì Lance Armstrong e Oprah Winfrey hanno depistato i cronisti e si sono chiusi per due ore e mezza in una stanza d’albergo di Austin, in Texas, per registrare la rappresentazione rituale dell’eroe caduto e della grande consolatrice d’America. Quella che andrà in onda domani sera su Own, il network di Oprah, non è un’intervista, è una liturgia di espiazione, un atto di dignitosa contrizione da recitare con le mani giunte e il capo chino per riceverne, in cambio, la comprensione dell’America tradita dai suoi eroi riprovevoli. Il leggendario allenatore di football Joe Paterno è morto nel disdoro dopo lo scandalo degli abusi sugli studenti; il nome di Barry Bonds, ex battitore dei San Francisco Giants, è stato infangato ex post per il giro di doping nel mondo del baseball, ma nella classifica americana della delusione Armstrong batte tutti, anche il fedifrago seriale Tiger Woods e l’iracondo Mike Tyson, perché il ciclista è sopravvissuto a una sentenza di morte pronunciata dalla natura e ha trovato il suo riscatto con l’unica medicina possibile, la vittoria. Vittoria schiacciante, replicata con disarmante facilità, dominio incontrastato che per un decennio è stato macchiato dalle dicerie alle quali l’America si rifiutava di credere.
Il condottiero che conquistava l’universo intero, e non solo la galassia insulare dello sport americano, non poteva che essere senza peccato. E’ soltanto invidia, dicevano. Sarebbe una pazzia, diceva lui, e ora che è andato da Oprah a confessare che quei sette Tour de France li ha vinti iniettandosi qualcosa nelle vene fa impressione rileggere la famosa dichiarazione del 2005: “Considerate la mia situazione: una persona che ritorna da una sentenza di morte perché dovrebbe dedicarsi a uno sport, doparsi e rischiare un’altra volta la mia vita? E’ da pazzi. Non lo farei mai”. Armstrong era il più grande di tutti e aveva trasformato la sua grandezza in filantropia per aiutare quelli che come lui volevano fare il percorso in salita che dall’inferno porta al paradiso; e per chi arriva a quelle altezze, per chi ottiene lo status di eroe morale che riscatta il male, la caduta è in qualche modo accelerata, fa più male. La voce gli si è strozzata in gola quando l’altro giorno ha fatto visita al team della sua Livestrong per chiedere scusa ai suoi ragazzi; poi è andato da Oprah a fare ammenda davanti alla nazione. La sacerdotessa pop ha spiegato ieri che “è soddisfatta delle risposte di Lance” e che il gigante penitente “non si è giustificato nel modo che mi aspettavo. Io e il mio team siamo rimasti ipnotizzati da alcune sue risposte”. Oprah è il primo passo per chi cerca la riabilitazione, ma forse Lance cerca anche altro nella confessione, cerca quell’amore incondizionato che spesso è negato a chi possiede virtù che possono essere misurate con un cronometro. Stanley Teitelbaum ha spiegato nel suo “Sports Heroes, Fallen Idols” il motivo per cui gli sportivi giocano sempre a un passo dal precipizio: “Il loro valore viene misurato sui risultati che ottengono, non su ciò che sono. L’amore condizionato, basato sulle aspettative degli altri, è molto diverso dall’amore incondizionato, nel quale uno è amato per quello che è”. L’America ha amato Armstrong per quello che faceva o per quello che era? Chi è Lance Armstrong senza quelle maglie gialle, senza quelle vittorie, senza quelle righe negli almanacchi che avevano infuso la leggenda in un’esistenza già minacciata dal cancro? E’ per rispondere a queste domande che si va da Oprah. Non si va per discutere delle decine di milioni di dollari in premi per i Tour vinti che ora gli sponsor vogliono indietro, non si va per riaprire i faldoni delle inchieste e discutere i dettagli delle iniezioni. Si va nel salotto più empatico d’America per cercare conforto e chiedere perdono, per invocare l’amore incondizionato del proprio popolo e dimostrare che anche nella recita di un confiteor c’è qualcosa di eroico.